La crisi della Crimea vissuta da Bari

Duemilasettecento chilometri separano Kiev da Bari.

La distanza è tanta, ma non è altrettanto distante il conflitto tra russi ed ucraini. Anche nel capoluogo pugliese c’è aria di guerra.

Ivan è un signore di 45 anni. Viene dall’Ucraina ma da quindici anni vive in Italia. Lavora alla chiesa russa ortodossa di Bari; fa il manutentore da tre anni. «Il mio lavoro è un po’ noioso – racconta – ma è pur sempre un lavoro. E al giorno d’oggi bisogna tenerselo stretto e difenderlo con le unghie e con i denti. Il problema, adesso, è che la mia chiesa è gestita da russi, ed io sono ucraino». Ivan è un bravo lavoratore, nella sua vita si è sempre impegnato ed ha fatto tanti sacrifici per racimolare qualche quattrino. Dall’Ucraina è andato in Germania, poi in Turchia, a vendere mobili. In estate si è trasferito a Tel Aviv. Lavorava in un bar dove lo pagavano bene ma, scaduto il contratto, nessun rinnovo, e allora è stata la volta dell’Italia.

Bari, Napoli e Cariati (in provincia di Cosenza) le città che lo hanno accolto. Bari quella in cui ha deciso di rimanere dopo la dolorosa perdita della moglie. Ha fatto di tutto nella sua vita: dal commerciante al barista, dal pizzaiolo all’operaio. «Sono venuto a Bari perché mia moglie era ricoverata al Policlinico». La storia di Ivan è molto complicata: tante città, tanti lavori diversi, le abitudini che cambiano repentinamente, ma un punto fermo ce l’aveva: la moglie. E dai suoi occhi scendono lacrime di dolore quando parla della sua morte. Una morte inaspettata che lo ha distrutto. Dopo qualche mese ha iniziato a lavorare alla Chiesa Russa.
«Siamo in dieci ad occuparci della manutenzione. Io sono l’unico ucraino, gli altri sono italiani e russi. Da quando è scoppiata la guerra, si è accentuato il razzismo. E adesso i russi non mi parlano più». E aggiunge: «Proprio oggi mi hanno detto che tra una settimana non avrò più il mio lavoro».
Ivan ha quattro zie in Crimea ma non ha più loro notizie da anni. E prima di andarsene dice:
«Putin è un dittatore, ha rovinato la nostra nazione».

«Gli ucraini se la sono cercata»: è la voce di Irina, interprete, 49 anni, di Mosca. «Sono dei voltafaccia.
Finché gli ha fatto comodo stare con la Russia ne hanno approfittato; hanno anche ottenuto gli sconti sul gas.
Adesso voglio vedere come faranno a governare. Non sono in grado. Non hanno più niente, gli sono rimasti soltanto i terreni». La donna sostiene che il popolo di Kiev è traditore nell’anima, e riguardo al suo Presidente
racconta: «Putin è un bravo leader. Ha fatto crescere la Russia. Ha sfruttato le privatizzazioni affinché ne beneficiasse l’intera nazione, non ne ha fatto nessun uso personale». E uscendo dalla chiesa russa, parlando
degli ucraini, commenta: «Che Dio li benedica, perché non sanno quello fanno».

«La crisi che sta devastando l’Ucraina è iniziata per motivi politici interni» spiega Alexander, guida turistica, di San Pietroburgo, residente in Italia da ventisei anni: «Poi si è riflessa sulle istituzioni ortodosse e, di conseguenza, sulla popolazione». Secondo lui l’Unione Europea in Ucraina non può risolvere niente: «Si sono tirati nel
fango da soli. Il gas in Ucraina è già aumentato del 50%. Non ci sono più soldi e gli ucraini non sanno governare. Putin, con l’annessione della Crimea, sta mostrando a tutto il mondo il peso e l’importanza della sua
presidenza. Non penso che chiederà i risarcimenti dei debiti che l’Ucraina ha contratto con la Russia perché la nazione dell’ ex Urss non potrebbe restituirli». Alexander si lascia andare a qualche previsione: «A Sebastopoli
non potranno più entrare stranieri. Lì i russi costruiranno una delle più importanti basi navali mai avute nella storia». E in merito al referendum con il quale la Crimea ha deciso la secessione dall’Ucraina dice: «Non è assolutamente vero che il risultato è stato ottenuto sotto minacce. Nessuno è andato a votare con una pistola puntata contro la testa. Basta notare come ha reagito la popolazione subito dopo la proclamazione
dell’unione alla Russia: tutti in piazza a festeggiare».

Anche a Bari la tensione è forte. «Il 16 marzo in Crimea il referendum si è svolto sotto i
fucili russi. L’occupazione russa della Crimea ucraina è quel confine dietro il quale c’è l’ordine
mondiale, basato non sul diritto, ma sull’illegalità»: queste sono le dichiarazioni dell’ambasciatore
d’Ucraina a Roma, Yevgen Perelygin. Il diplomatico esorta l’Unione Europea a dialogare
con la Russia per garantire pace e sicurezza nella nazione gialloblu, e conclude allarmato: «E’
necessario convincere Mosca a fermarsi. Vladimir Putin non otterrà la vittoria sull’Ucraina».

Sembra che i russi dall’Ucraina non se ne vogliano andare. Anzi. «Non è vero che se ne sono
andati. Tutti i giorni a Kiev arrivano camion con i “Zolda“: i soldati pagati dal Governo russo per intimorire e creare il panico nella capitale. Me lo dice ogni giorno mio figlio che lavora lì». Sono le parole di Anna, una signora ucraina che vive in Italia da tredici anni. E’ arrivata nella nostra nazione per trovare lavoro: «Cercavo qualcuno di cui occuparmi come badante. Appena arrivata ho iniziato a lavorare per una ricca signora, ma mi maltrattava e sono dimagrita quindici chili nel giro di due mesi. Dopo un anno ho deciso di andarmene e da dodici anni lavoro per un signore facoltoso che mi tratta molto bene e prendo un buono stipendio». Anna in Ucraina ha lasciato un figlio e una figlia. «Non volevo andarmene dal mio paese, ma non c’era lavoro. Non potrò mai dimenticare le lacrime di mia figlia quando sono partita. Aveva quattro anni». Nonostante
la nostalgia e la lontananza, Anna è soddisfatta dei suoi insegnamenti materni “a distanza”.
Il figlio, trentatré anni, si è laureato ad Oxford con il massimo dei voti e adesso è manager della “Deloitte Touch“, una delle più importanti aziende internazionali di consulenza e revisione. La figlia, ventiseienne, studiava medicina all‘Università di Kiev ma ha dovuto prendersi una pausa perché si è aggravata la malattia contro cui combatte da
anni, causata dalle radiazioni emanate dal disastro di Chernobyl. E’ un po’ gelosa del fratello che ha fatto carriera e sta per sposarsi, ma la madre le dice che presto anche per lei arriverà il suo momento di felicità.
Il volto di Anna si riempie di tristezza mentre racconta i primi giorni di rivolta: «Io tornai a Kiev. Non si capiva niente, erano tutti arrabbiati. Era come se da un momento ad un altro fosse sparita la civiltà. E il nostro presidente Yanukovich pensò di scappare. D’altra parte, in piazza Maidan avevano già preparato il patibolo per impiccarlo. Aspettò che calasse la notte e se andò a bordo di un elicottero».

La signora dice che dopo gli scontri in Ucraina non è rimasto più niente. Anche quel poco di terra che c’era, è stato distrutto. «Ogni giorno da Kiev mi arrivano notizie sempre più angoscianti. Ieri è sparita un’amica di mia figlia. I russi rapiscono le persone, soprattutto ragazze giovani, le portano nei boschi e non si sa che fine fanno. Mi auguro
che la ritrovino presto. Mia figlia è disperata».
Anna è la classica ucraina: bionda, carnagione chiara, occhi azzurri. Quegli occhi si illuminano e si inondano di
lacrime quando prende dal portafoglio le foto dei figli. Sono vecchie foto, un po’ ingiallite, ma lo sguardo dei due ragazzi è quello ottimista e sorridente di chi spera in un futuro migliore.

(vedi l’articolo originale in pdf: Sez.carta stampata 3° classificato-La secessione della Crimea a Bari)

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