Dall’Eritrea con un sogno: sposarsi

Delle morti che avvengono ogni giorno nelle nostre acque ne sentiamo tanto parlare ed oggi, come mai finora, ne sentiamo tanto discutere. Forse i 366 corpi di donne, bambini, ragazzi e uomini ritrovati a largo della coste di Lampedusa un anno e mezzo fa non sono stati sufficienti per poter parlare di ‘emergenza’, non solo italiana. Ne servivano di più, come accaduto nella notte tra sabato e domenica scorsi (19 aprile), per capire la gravità e l’indifferenza di fronte al problema dell’immigrazione via mare. Si sente parlare solo e soltanto di numeri, di cui, poi, nemmeno si ha la certezza. Inizialmente si ipotizzavano 700 deceduti tra cui anche donne e bambini. Adesso, dopo la testimonianza di un sopravvissuto a quell’inferno trasparente, si parla di 950 persone a bordo della nave maledetta. Ad oggi i cadaveri recuperati sono 24, i sopravvissuti 28. 24 è anche il numero degli scafisti arrestati stamani, per un totale di 1.002 arresti da parte di forze dell’ordine e di polizia esclusivamente italiane.

Immagine tratta da Google

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1.002, 700, 950, 24, 28: numeri. Ecco quello che si sa di questo preoccupante, raccapricciante e sconvolgente fenomeno. Chi sa, però, perché? Cosa c’è dietro al piano di questi scafisti che più persone conducono verso la morte e più sembrano essere soddisfatti? Cosa c’è dietro a questi migranti disposti a rischiare così tanto pur di mettere piede sul suolo europeo? Ignoranza, istinto di sopravvivenza o voglia di cambiamento? Con questo intento voglio raccontarvi la storia di Amamuel, arrivato anche lui in Italia su uno dei tanti barconi della morte. Nonostante molti suoi connazionali non ce l’abbiano fatta, Amamuel ha toccato la sabbia italiana ed i suoi occhi brillano ancora di speranza.

Amamuel: un ex soldato eritreo alla ricerca della felicità

«Sono in Italia da nove mesi. Ancora non ho avuto i documenti. Vorrei sposarmi». Amamuel è un ex soldato proveniente dall’Eritrea. Ha lavorato tanto per il suo paese, ma adesso in Eritrea non vede nessuna speranza né per il suo futuro né per quello della sua famiglia. E’ arrivato nel nostro paese sfuggendo alla guerra e con un sogno nel cassetto: il matrimonio. Nonostante siano già passati nove mesi da quando fece la prima richiesta per avere i permessi necessari, Amamuel non ha perso la speranza e dai suoi occhi si intravede ancora un barlume di fiducia.

«Non è facile ottenere i permessi. Le istituzioni italiane sono lente a rilasciare i documenti, ma io ci spero con tutto me stesso», racconta.

Ha 28 anni ed è un ex soldato. E’ arrivato in Italia ad Ottobre dello scorso anno ed il permesso a cui tanto ambisce avrebbe dovuto essere rilasciato dopo 35 giorni dalla sua richiesta.

Amamuel può ritenersi, comunque, un ragazzo fortunato. «Di solito chi viene dall’Eritrea o dalla Somalia ottiene sempre il permesso di protezione internazionale – spiega il coordinatore dell’Arci di Bari dell’ufficio immigrazione, Musie Wosen Tessema – perché quelle sono zone di guerra». Meno fortunati sono, invece, coloro che arrivano in Italia e chiedono il permesso per motivi economici, che viene rilasciato soltanto nei casi di ricongiungimento familiare, e quindi, quasi mai.

Amamuel vorrebbe portare la sua fidanzata ed il suo bimbo di tre anni in Italia. «Nella mia città c’è la guerra. La mia donna e mio figlio sono in pericolo. Vorrei tanto poter stare vicino a loro», dice con gli occhi lucidi.

Il ragazzo, prima di arrivare a Bari, abitava a Crotone, ospite di un centro immigrazione, dove viveva insieme ad altri nove connazionali. «Anche se provenivamo dalla stessa realtà, non andavo molto d’accordo con i miei compagni» racconta, e aggiunge: «Bari è più ospitale e più tollerante di Crotone. A Crotone spesso mi hanno gridato contro: “Nero di merda”. Per ora a Bari non mi è ancora successo».

Amamuel vorrebbe trovare lavoro in Italia. «Cercherei un impiego nell’ambito dell’agricoltura. In Eritrea ho lavorato per un anno nelle campagne». Alla domanda se tornerebbe mai nel suo paese risponde: «Magari. Il mio paese è casa mia. Se finisse la guerra, tornerei là, dove ho lasciato tutti i miei parenti e la mia famiglia». Ha un fratello che sta per laurearsi ed una sorella più piccola che studia al liceo. La sua fidanzata ha ventisei anni e frequenta l’università, ma ha dato soltanto pochi esami perché deve prendersi cura del piccolo. «Ora il mio bambino ha quasi tre anni. Quando me ne sono andato ne aveva appena compiuti due. Vorrei tanto rivederlo. Chissà come sarà cresciuto».

Mentre racconta la sua storia lascia trasparire tanta nostalgia e commozione. Lasciare un figlio, una futura sposa e una famiglia per potergli dare un futuro migliore non è da tutti. Abbandonare casa per un sogno è da persone coraggiose. E Amamuel di coraggio ne ha da vendere. Cammina a testa alta, la sua pelle nera al sole brilla. E quando gli chiedo: «Ma quando ti insultano, tu come rispondi?», lui si mette a ridere.

Leggi l’articolo in inglese: https://chiaraburatticb.wordpress.com/2015/04/21/from-eritrea-with-a-dream-the-marriage/

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Un pensiero su “Dall’Eritrea con un sogno: sposarsi

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