Tradizione Apache in vendita

Se il monte Sinai venisse venduto ad un privato per costruirvi miniere, come reagirebbero cristiani, ebrei e musulmani? “Fantascienza” sarebbe probabilmente la prima cosa che penserebbero. Ebbene, vi confesso, l’ho pensato anche io, da non credente. Sul monte Sinai non sta accadendo niente di tutto ciò, ma in Arizona, ad Oak Flat, nella Foresta Nazionale di Tonto, sì.

La/le religioni vittime di una vincolante decisione economica non sono né quella ebraica, né quella cristiana, né quella musulmana, ma l’antica tribù indiana Apache di San Carlos. I nativi d’America vantano una tradizione ed una cultura dal valore inestimabile.

Foto: Sky Jacobs

Foto: Sky Jacobs

Sono sopravvissuti a colonizzazioni, stermini, genocidi. Si sono guadagnati, direi meritatamente, il loro angolo di cielo dove poter vivere e praticare le loro culture e tradizioni in santa pace. Tra qualche giorno potrebbe non essere più così. Nonostante il tempo delle colonizzazioni sia terminato sul finire del diciannovesimo secolo. Nonostante siamo da poco entrati nel ventunesimo.

Oak Flat è considerato il monte sacro della religione Apache. Quel territorio ha segnato il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza di migliaia di giovani. Quel monte ha udito preghiere di pace, di speranza, pianti di sofferenza. Quel monte ha visto vecchi capi tribù piangere la morte dei loro figli, ha visto neonati strappati alla vita, ha cresciuto, tra alberi secolari e canyons, idee di pace e libertà. Oggi tutto questo rischia di non esistere più. In vendita a una multinazionale anglo-australiana. Il Congresso ha, infatti, promulgato la cessione del patrimonio culturale Apache alla nuova ditta che si occuperà di costruirvi miniere. Anni e anni di lotte, genocidi, crimini, pianti, gioie, sofferenze e conquiste, in vendita. Ma, in questo mondo capitalista, proprio tutto ha un prezzo? Svendere Oak Flat significa «uccidere l’identità dei nativi», protesta sul quotidiano “Arizona Daily Star” il capo tribù di San Carlos, Wendsler Nosie.

L’iter burocratico

Oak Flat è stato dichiarato di dominio pubblico con protezione speciale nel 1955, sotto il presidente Eisenhower. Quest’ultimo proibì in questa zona qualsiasi tipo di estrazione, come di consuetudine nelle Foreste Nazionali americane, dato il suo elevato valore naturale e culturale. Nel 1971 il presidente Nixon rinnovò il divieto, ricordando che si trattava di un territorio di inestimabile patrimonio storico. Sette mesi fa è arrivata la svolta. Il Congresso ha deciso di cedere la zona ad una multinazionale anglo-australiana per la creazione di miniere. Alcuni rappresentanti americani, tra cui anche il senatore ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti, John McCain, ed il senatore Jeff Flake, hanno inserito nel ‘National Defense Authorization Act’ una clausola che sancisce la privatizzazione dei terreni dove risiedono gli Apache. Aldilà della ragionevolezza e della costituzionalità della nuova legge, la falla più grande è stata commessa nel momento in cui non vi è stata nessuna previa consultazione, né confronto, con il popolo di San Carlos. Un prezzo molto alto da pagare, in cambio di lavoro per i nativi americani che, come era prevedibile, non si sono, di certo, lasciati sedurre dalla proposta. Da febbraio di quest anno, infatti, protestano ogni giorno nella città di Superior, a quasi un’ora da Phoenix. Rivogliono i loro diritti. Così a lungo negati, infine riconosciuti e poi, d’improvviso, di nuovo dimenticati. Anche il sito ‘Avaaz.org’ se ne è occupato lanciando una petizione in favore dell’abolizione della nuova clausola della quale, in queste ore, si sta discutendo a Washington. Dopo mesi di proteste, infatti, la tribù Apache è riuscita ad ottenere un incontro con il Congresso per discutere del proprio futuro.

Le reazioni

Foto: Sky Jacobs

Foto: Sky Jacobs

I firmatari della nuova legge hanno, comunque, garantito ai nativi la possibilità di poter accedere alla montagna ‘una tantum’, assicurando lo sviluppo di un’economia responsabile. Nel mondo web i ‘pro-Apache’ si sono fatti sentire. La petizione proposta da Avaaz ha già raggiunto le 822.000 firme. Ne mancano soltanto 178.000 per arrivare al milione: obiettivo da raggiungere per presentare la richiesta alle cariche politiche americane. La corrente dei moderati sostiene che la multinazionale potrebbe comunque accedere al territorio senza doverlo, obbligatoriamente, privatizzare, grazie al controllo delle agenzie federali. La nuova ditta ha ammesso che, dal momento in cui prenderebbero avvio i lavori di costruzione ed escavazione, la zona verrebbe danneggiata. Infatti, il metodo utilizzato dalla multinazionale consisterebbe nel rimuovere le rocce dal basso accentuando, quindi, la compressione del terreno sovrastante. Alcuni oppositori e vecchi minatori in pensione sostengono che vi sia un metodo meno invasivo e meno dannoso per la natura: la cosiddetta tecnica ‘taglia e riempi’, già utilizzata in passato in quella zona con buoni risultati. Gruppi di nativi sono preoccupati anche per l’ambiente circostante. Il Grand Canyon, le scogliere di Apache Leep ed il Queen Creek Canyon, secondo loro, con le escavazioni potrebbero inaridirsi.

«Oak Flat è dove il creatore, Dio, ha toccato terra per noi. Queste sono le nostre case ancestrali», ha dichiarato Nosie all'”Arizona Daily Star”.

“Ci sono cose che non hanno prezzo, per tutto il resto, c’è Mastercard”, recitava una vecchia pubblicità. Ecco, trovare un prezzo per Oak Flat è davvero difficile.

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