A colpi di parole. Come definire chi scappa dalla miseria?

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In queste ultime ore una vera e propria battaglia di termini si sta scatenando tra le varie testate giornalistiche italiane ed estere su come definire chi scappa da un conflitto, dalla povertà, dalla carestia, dall’abuso, dallo sfruttamento, dalla schiavitù. “Migrante”, “avventuriero”, “viaggiatore”, “pioniere”. Tutti a discutere sul termine più adatto da utilizzare per definire queste povere persone che investono tutto quello che hanno per attraversare l’Africa e giungere in Europa. A scatenare la polemica è stata l’emittente televisiva del Qatar ‘Al Jazeera’, che ha comunicato di non voler più utilizzare più il termine “migrante” in quanto connotato, secondo la testata, da accezione negativa. L’ente televisivo ha deciso che, da ora in poi, li chiamerà “rifugiati”.  Se alcuni media italiani accettano questo punto di vista, altri non sono d’accordo. Ritengono che non sia corretto definirli “rifugiati” in quanto una gran parte di loro è disposta ad affrontare il viaggio della speranza non perché nel paese d’origine sia in pericolo di vita, ma per provare a cambiare quella vita. Allora in molti hanno optato per questa distinzione: “Quanti naufraghi e viandanti scappano da zone pericolose e, quanti, invece, arrivano qua per investire nel proprio futuro?”, sviluppando, in questo modo, un’asimmetria, secondo quanto riferisce ‘Internazionale’, tra “buoni”: quelli che nel loro paese sarebbero in pericolo di vita, e “cattivi”: coloro che, pur non rischiando la pelle a casa propria, hanno deciso di percorrere, comunque, una delle tante tratte della speranza. “Buoni o cattivi, non è la fine”, diceva il Vasco. Ecco, in questo caso non è proprio così. Queste distinzioni sono pericolose, sono discriminatorie, non fanno bene né ai media né all’opinione pubblica. Queste distinzioni sono fondamentali, sicuramente, per una questione giuridica ma per noi lettori, cittadini, teste pensanti, che rilevanza hanno? Secondo voi chi chi ha due lauree e non trova lavoro nel suo paese di origine non ha diritto a garantirsi un futuro migliore? Certamente la sua condizione, da un punto di vista giuridico, non sarà la medesima di chi scappa da un conflitto. Questo è chiaro, ma che cosa ha in meno quella persona rispetto ad un italiano che si trasferisce a New York  in cerca di un posto lavorativo? Niente. Uno si chiama Mohamed, l’altro Carlo. Nazionalità differente, contesto culturale differente, medesima ambizione.

Ogni persona che mette tutto quel coraggio nell’affrontare la morte, prima di tutto, ha diritto ad essere chiamata ‘persona’. E riguardo la terminologia appropriata per definire eritrei, somali, siriani, libici, nigeriani, cameruensi e tutti coloro che si mettono in viaggio, proporrei di chiedere ai nostri vecchi concittadini emigrati in America come loro avrebbero voluto essere chiamati dopo lo sbarco. Al tempo di numerose di quelle emigrazioni, in Italia, la guerra o non era ancora iniziata, o era già finita.

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