L’estero che non c’era (e che non c’è?)

imagesQuanto si parla di estero in Italia? Troppo poco. Quando si parla di estero in Italia? I media italiani hanno reso nota la situazione in Medio Oriente quando il pericolo del terrorismo islamista ha iniziato a sconfinare nel nostro continente. Si parla di estero, poi, quando questioni di politica internazionale ci riguardano da vicino. Quando Renzi va a trovare Obama in quel di Washington, Berlusconi si prende un caffè con Putin al Cremlino, o la Merkel arriva ad Expo. Ah…anche quando Papa Francesco va a Cuba e negli Stati Uniti. Di questa ultima tappa, peraltro, se ne è parlato tanto perché era presente un ospite che diceva di essere stato invitato dal Santo Padre. Il tempo, poi, ci ha raccontato la verità di quella storia.

Si è parlato delle operazioni nel mar Mediterraneo finanziate privatamente da Regina Catrambone quando erano già passati due mesi dall’avvio del progetto. Eppure non stiamo parlando di “estero”. Prima del ‘Corriere della Sera’ e di ‘Repubblica’, l’argomento era già stato affrontato da ‘The Guardian’, dal ‘New York Times’, e ‘El Paìs’, oltre ad altri quotidiani europei.  Si è parlato davvero poco di un pazzoide che entra in una scuola svedese con un machete ed uccide due persone quando, il giorno dopo, la notizia era sulle prime pagine di numerosi giornali esteri. E se ‘Le Iene’ chiedono ad un ragazzo da poco maggiorenne chi è Winston Churchill e questo risponde: “Un vecchio presidente americano”, insomma, facciamoci due domande. Potrebbe essere anche un miccio quel ragazzo, indubbiamente. downloadMa una gran parte degli italiani, per quanto riguarda quello che succede negli Stati che non condividono la nostra stessa bandiera, sono davvero poco ferrati. Colpa di una bassa istruzione in materia, anche. Oltre a numerosi fattori, rintracciabili da ognuno di noi, un diffuso disinteresse per quanto riguarda ‘l’altro’ sicuramente spinge ad accentuare il razzismo nel nostro paese. E’ davvero più facile tapparsi gli occhi e considerare spiacevoli episodi contro alcuni stranieri come casi isolati, anzi che chiedersi cosa si possa fare affinché possa diminuire il razzismo in Italia. E questa domanda non dovrebbero porsela soltanto le istituzioni (che siano miopi o volontariamente miopi, lascio a voi le dovute considerazioni), ma anche i giornalisti. Cambierebbe qualcosa se tutti noi, italiani, fossimo più informati su cosa accade nel mondo? Vi invito a leggere questa intervista del 2009 a Giovanni De Mauro, direttore del settimanale ‘Internazionale’.

È una conformazione dei giornalisti oppure è il “mercato dell’informazione”, chiamiamolo così, che chiede poca informazione dall’estero e molto più commento politico e molta più cronaca interna?

Giovanni De Mauro: “Credo che ci sia proprio una forma di miopia da parte degli organi di informazione che scelgono di occuparsi poco di esteri. La sua ipotesi avrebbe senso se ci fosse la controprova, se i giornali vendessero tantissimo. Però non è così: i giornali si occupano prevalentemente di politica italiana, in modo molto autoreferenziale, codificato, cifrato, con un linguaggio da addetti ai lavori, ma vendono sempre meno. Non ci vuole un gran genio né del giornalismo, né del marketing per capire che qualcosa non va, che le due cose non vanno bene insieme… Io credo che i giornali italiani, in particolare i quotidiani, non soddisfino il bisogno di informazione dei lettori. I grandi giornali italiani, poi, non nemmeno un ufficio di corrispondenza in America Latina, Nordafrica, e nell’Estremo Oriente”.

Ad oggi non è che sia cambiata molto la situazione. Di uffici di corrispondenza ce ne sono sempre meno, nonostante la situazione nel nostro globo sia sempre più complicata. Nell’intervista a Giovanni De Mauro lui stesso asserisce, ad un certo punto, che il disinteresse per l’estero non è tanto legato alla mancanza di finanziamenti ai giornali quanto ad una diffusa ‘pigrizia intellettuale’. Ad ognuno le sue colpe, insomma. Io sono d’accordo con lui. E voi che ne pensate?
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