Inceneritore di Pietrasanta: la fine di un incubo?

Falascaia

Falascaia

Falascaia. Per molti abitanti di Pietrasanta questa parola fa ancora paura. Valerio e Patrizia tutt’ora rabbrividiscono quando sentono pronunciare quelle nove lettere. Falascaia è una piccola località nel comune di Pietrasanta. Conta, all’incirca, 1.500 abitanti. Ogni suo residente ha conosciuto, direttamente o indirettamente, almeno un malato di cancro. Ognuno dei suoi cittadini ha vissuto, per anni, sotto un cielo avvelenato. Ha mangiato, per anni, verdura coltivata con tanta passione e dedizione nel proprio campo. Inquinata. E, magari, ha portato a pascolare pecore e mucche lungo il torrente più contaminato della Versilia. Valerio Baldacci gestisce un noto ristorante in quella zona, a pochi metri da un vecchio inceneritore: da quell’impianto che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello della Versilia. Un mostro, invece, per gli abitanti. Azzurro, immerso nel verde delle campagne, il termovalorizzatore, inattivo da cinque anni, spicca agli occhi dei passanti. Ma non si potrà contemplare ancora per molto. Il sindaco del Comune di Pietrasanta ha, infatti, annunciato lo smantellamento e la bonifica del territorio sul quale lavorava il vecchio padrone della zona. La notizia arriva dopo 41 anni dalla prima volta in cui il cielo del Pollino, così viene chiamata quella zona, si oscurò di fumo. Tossico. IMG-20151202-WA0007L’annuncio è come manna per i pietrasantini. La madre di Valerio è morta per un tumore al cervello mentre suo padre, a distanza di pochi anni dalla perdita della moglie, di leucemia. «Ogni giorno in questa zona muore qualcuno di cancro – dice Valerio – oggi, per esempio, è morta una signora di sessant’anni di leucemia e un uomo poco più che cinquantenne per un tumore. E’ la normalità». Al Pollino ogni giorno si fanno i conti con la morte o con la malattia. Nessuno dimentica quel cielo scuro e quel torrente in ebollizione. Proprio per non dimenticare, il ristorante di Valerio porta ancora il nome di sua madre, “Mamma Enza”, scomparsa più di venti anni fa. Anche Patrizia Navari ricorda con affetto la sorella, morta di cancro alla mammella quando aveva 51 anni. «Ha sofferto per tanti anni finché non ce l’ha più fatta. Era davvero una donna in gamba, premurosa, affettuosa», ricorda Patrizia, e aggiunge: «In ogni casa di questa strada qualcuno è morto di cancro». A cosa attribuire la colpa di tutta questa sofferenza? I motivi possono essere molteplici; uno di questi è certo: il vecchio inceneritore. “Il bruciatore” lo chiamano, proprio perché, quando era in funzione, bruciava ed inceneriva numerosi e differenti tipi di rifiuti.

LA STORIA DEL “BRUCIATORE”

Falascaia si presenta come un tipico paesaggio toscano. Campagne, fattorie e ruderi circondano il vecchio impianto di incenerimento, che entrò in funzione nel 1974 per cessare la sua attività 14 anni dopo. Colpevole di avere inquinato non solo il territorio circostante, ma fino a dieci chilometri di distanza. Furono i cittadini, per primi, a volere la chiusura del vecchio protagonista di mille proteste. Si accorsero che in quel territorio c’era qualcosa che non andava. E dovettero attendere anni affinché i loro dubbi venissero confermati dai rilievi di ASL (Azienda Sanitaria Locale) ed ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana).

il "bruciatore"

il “bruciatore”

Proprio quando sembrava che il “bruciatore” dovesse cessare per sempre la sua attività, l’allora presidente della giunta regionale, Vannino Chiti, dopo aver commissariato i sei comuni della Versilia per incapacità di realizzazione del piano previsto, nominò un commissario ad acta che si occupasse della realizzazione di opere di smaltimento dei rifiuti in Versilia.  L’incarico toccò al dottor Roberto Daviddi, il quale doveva provvedere alla creazione di un nuovo impianto di incenerimento, proprio a Pietrasanta, esattamente dove risiedeva il vecchio termovalorizzatore. Inevitabili sopraggiunsero le proteste dei cittadini e dei comitati della zona. Tutti i pietrasantini ricordano la grande manifestazione del ’97. Di buon mattino si riunirono di fronte al cancello dell’impianto per bloccare l’ingresso ai dipendenti delle ditte “Termomeccanica” e “Consorzio Etruria”, incaricati di avviare i lavori bonifica affinché potesse essere costruita la nuova struttura.

A nulla valse quella protesta che si concluse con l’arresto di buona parte dei manifestanti e alcuni feriti, anche se solo superficialmente. Alla manifestazione del ’97 ne seguirono molte altre.

il torrente adiacente l'inceneritore

il torrente adiacente l’inceneritore

Dopo un periodo sperimentale di combustione di biomasse, il nuovo inceneritore entrò in funzione. «Questo impianto è talmente sicuro che ci vivrei sotto», dichiarò l’ex presidente di Termomeccanica, Enzo Papi. La nuova gestione, però, durò poco. Nel 2003, infatti, i rilievi effettuati da ARPAT sul suolo adiacente l’impianto dimostrarono un’elevata quantità di diossina ed inquinanti, fino a 12 volte superiore ai limiti previsti dalla legge. Così Provincia e Comune ne ordinarono la chiusura. Ma l’inceneritore tornò in moto dopo appena due settimane, in seguito ai risultati soddisfacenti rilevati da ARPAT. Dopo due mesi di attività, ed i periodici controlli da parte dell’agenzia regionale, l’impianto continuava ad inquinare. Grazie alle quotidiane mobilitazioni cittadine che in quegli anni scuotevano Pietrasanta e Camaiore, nel 2010 l’inceneritore venne sequestrato. Ma non fu solo l’inquinamento ad infervorare gli animi degli abitanti.

I processi

Un dirigente, Francesco Sbrana, ed un dipendente, Umberto Ricci, di Tev; la ditta che gestiva, a quel tempo, l’impianto, furono indagati, e nel 2012 processati, per taroccamento dei dati sulle emissioni di monossido di carbonio. Nell’impianto di Falascaia era stato, infatti, installato un software programmato per alterare in ribasso fino a dieci volte il risultato della fuoriuscita di sostanze nocive nell’aria. Una trappola per mascherare i problemi di cui, invece, quell’impianto soffriva da tempo, non risultando adeguato alla normativa vigente. I due imputati se la cavarono con un patteggiamento ed una multa di 4.000 euro ciascuno. Una sconfitta per i cittadini che così tanto avevano fatto sentire la loro voce. Una piccola vittoria per loro arrivò, inaspettata, con la decisione di tenere l’impianto sequestrato per un anno e mezzo. Ma non solo. Da quella data l’impianto non fu mai riacceso, dopo il mancato rinnovo dell’autorizzazione provinciale allo scarico nel torrente adiacente e gli ingenti oneri che l’impresa avrebbe dovuto pagare per regolarizzare le strutture. 3a46cffIl “vero processo”, come lo definiscono gli abitanti, si è concluso nel gennaio di questo anno con sentenza di reclusione a sei mesi, il pagamento di un’ammenda da 15.000 euro ed il rimborso delle spese processuali per quattro persone: manager e tecnici di Tev-Veolia. I giudici li hanno dichiarati colpevoli di aver sversato sostanze potenzialmente nocive in acque pubbliche ed aver superato il limite massimo consentito di riversamento di rame nelle acque superficiali. Veolia era entrata a far parte della gestione dell’impianto nel 2007, ma la sua attività in quella zona durò ben poco. «Di notte sversavano liquidi inquinanti ad alte temperature nel torrente. Noi che abitiamo qua vicino vedevamo il vapore salire dall’acqua. Chiaramente lo facevano quando erano sicuri che nessuno li avesse potuti vedere. Ma io ed una mia amica, un giorno, abbiamo deciso di appostarci e, macchinetta fotografica alla mano, li abbiamo colti in flagranza», racconta Daniela Bertolucci, dell’Associazione per la tutela ambientale della Versilia, ancora commossa per la realizzazione del suo sogno più grande: vedere, finalmente, quell’impianto chiuso. 

UNA MESSA IN SICUREZZA SICURA?

L’inceneritore non incenerisce più da molti anni. Ma, dopo la bonifica del piazzale sul quale operava e la messa in sicurezza della ex discarica sul retro del termovalorizzatore, quella zona è utilizzata dalla società di gestione dei rifiuti, ERSU s.p.a. Di quella piazzola, adibita a centro di raccolta dell’immondizia da dirottare, a fine giornata, negli impianti di smaltimento, ERSU se ne serve quotidianamente. Utilizza anche parte dell’ex discarica, di cui avrebbe dovuto certificare la tenuta della messa in sicurezza. Questa zona, infatti, composta da cumuli di vecchie ceneri e scorie, fu cinturata ed impermeabilizzata nel 1997, prima della costruzione del nuovo combustore. Successivamente ARPAT si è occupata di controllarla periodicamente, fino al 2004. A partire da questa data, il controllo della collinetta è passato nella mani della stessa ERSU, che avrebbe dovuto certificare, definitivamente, la tenuta dei lavori. Questo documento, fino ad ora, non esiste. Inoltre, la società si serve di parte della collina, dove ha piazzato una decina di containers, per depositarvi i rifiuti, in attesa del trasporto negli altri impianti. Il direttore di ERSU, Walter Bresciani Gatti, oltre a tranquillizzare i dubbi sollevati da alcuni cittadini in merito all’utilizzo di quella collina, ha garantito che si tratta di un deposito di rifiuti non pericolosi, ad eccezione delle televisioni. Alcuni abitanti lamentano il fatto che la società faccia uso di ruspe per salire sulla collina e scaricare i rifiuti, causando, in questo modo, un allentamento della cinturazione ed una probabile rottura dell’impermeabilizzazione.

Inoltre, nella destinazione d’uso dell’ex discarica prevista dal piano di caratterizzazione, si legge: “L’utilizzo della collina deve essere compatibile con le indicazioni di progetto e sopra l’area non potranno essere realizzate strutture e fabbricati di particolare rilievo”. Anche nel regolamento urbanistico del comune di Pietrasanta non si evidenziano containers sul lato più esterno della collinetta. Bresciani Gatti, durante un’intervista, ha dichiarato: 

LE INDAGINI SUI TUMORI

“Tumore ai polmoni, il triste primato dei comuni versiliesi”, titola “La Nazione” un articolovlcsnap-2015-12-05-22h08m35s79 del 2004. Effettivamente, la Versilia può vantare il doloroso record. In questa zona si ha la più alta concentrazione di tumori di tutta la Toscana e la media dei malati di cancro è di tre volte più alta rispetto alle altre città italiane. Nel corso degli anni, diversi studi hanno cercato di capire perché proprio in quella terra, tra le meno industrializzate d’Italia, vi sia una così alta concentrazione di malati di cancro, leucemia, sarcoma, linfoma di non Hodgkin, neoplasie infantili, morbo di Alzheimer. Alcuni studi hanno rilevato un alto tasso di fumatori; tra le principali cause del tumore ai polmoni. Altri hanno attribuito la colpa all’inquinamento industriale che, anche se modesto, contamina l’aria che rimane racchiusa tra montagne. In merito alla relazione tra casi di tumore ed emissioni nocive dell’inceneritore di Falascaia, ARPAT ed ASL hanno condotto ricerche approfondite, dalle quali emerge che a causare una forte concentrazione di diossina e metalli pesanti nel sottosuolo sia stato il vecchio inceneritore; quello attivo dal ’74 all’88. Colpa, quindi, di una mancanza di strutture idonee e capaci di mantenere inalterata la flora e la fauna originarie di quel territorio e la salute dei suoi abitanti.

Foto di Cinzia Bertuccelli

Foto di Cinzia Bertuccelli

Era il 2008 quando emersero i primi dati dell’indagine condotta da ARPAT. Risultati che i cittadini di Pietrasanta aspettavano da anni. Risultati inquietanti. ARPAT rilevò, infatti, il superamento dei limiti delle policlorodibenzodiossine (PCDD) e dei policlorodibenzofurani (PCDF). Due composti chimici altamente nocivi per la salute dell’uomo. «Erano quindici anni che il nostro Comitato sosteneva che quell’inceneritore aveva inquinato tutto. Terreni, acque, coltivazioni, animali. E la nostra salute», racconta Daniela Bertolucci.

Successivamente, nel 2013, ASL confermò i sospetti derivanti dai risultati dell’inchiesta di ARPAT: dietro a 2777 casi di tumore in Versilia è molto probabile che ci sia stata l’ombra delle sostanze nocive emanate dal vecchio termovalorizzatore. Metalli pesanti, come il cadmio, il mercurio e il ferro vennero rilevati nel terreno. Quest’ultimo, soprattutto, era presente in quantità molto elevate. Si osservò una concentrazione di monossido di carbonio al di sopra dei limiti previsti. Anche le emissioni di ossidi di azoto erano più alte della media. La formazione di questi inquinanti non dipende dalla mera esistenza di un inceneritore, ma dalla temperatura di combustione delle sostanze, dal tipo di materiale che viene bruciato e da quante volte si accende e si spegne l’impianto. Infatti, ogni volta che questo viene messo in moto o fermato si produce un enorme quantitativo di diossina. L’ingegnere chimico Cesare Marchetti ha illustrato i danni che hanno provocato i vecchi inceneritori: 

Dai rilievi di ARPAT si evince che, a causare le emissioni di diossina fu, quindi, il primo impianto mentre il secondo rilevò un altro tipo di problema: mancanza di sicurezza e controlli. Infatti, le acque utilizzate per lavare il piazzale e la pioggia che, cadendo, si caricava di inquinanti, non venivano trattate come di dovere. Anziché seguire la normale procedura di raccoglimento in una vasca di prima pioggia per poi essere depurate, immesse in una vasca di seconda pioggia e, successivamente, scaricate nel torrente adiacente, venivano raccolte direttamente nella seconda vasca. Senza essere depurate, quindi, gli addetti svuotavano i liquidi nel torrente, nel quale non si poteva più pescare perché i pesci erano quasi tutti morti.

Adesso, al Pollino, i livelli di diossina nel terreno sono rientrati nella norma. La regione Toscana ha adottato un registro dei tumori e la situazione sembra migliorare. All’appello manca la seconda parte dell’indagine epidemiologica, relativa alle gravidanze portate a termine dal 2003 al 2007, condotta da ASL e dall’Istituto Superiore per la Prevenzione Oncologica (ISPO). E’ un pezzo importante che chiuderà a breve, come ha garantito il responsabile ASL dell’inchiesta, Stefano Pieroni, un’epoca da dimenticare per gli abitanti di Falascaia, di Pietrasanta e di Camaiore. 

I timori, infatti, sono che i neonati nati con malformazioni o problemi respiratori possano essere stati danneggiati dalle sostanze nocive emesse dal “bruciatore”. Un capitolo ancora aperto che attende una risposta dal 2010. Intanto, al Pollino, Valerio e Patrizia si alzano presto tutte le mattine per recarsi a lavoro. Ogni tanto alzano lo sguardo al cielo. Ancora non ci credono che è tornato ad essere azzurro.

 

 

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